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Il tesoro sacro della Costiera Amalfitana, a cura di Angelo e Lidia LIPINSKY. Amalfi 1989, pp. 200, ill.
 

Il tesoro sacro della Costiera Amalfitana, a cura di Angelo e Lidia LIPINSKY. Amalfi 1989, pp. 200, ill.

Il Tesoro Sacro della Costiera Amalfitana è un testo importante non solo per la validità scientifica del curatore, ma anche perché è il risultato felice di una seria politica in difesa del Territorio, tenace e accanita. La sua storia ha inizio nel lontano 1972, in seno al Centro "Raffaele Guariglia" di Studi Salernitani, come ricerca per l'identificazione e la catalogazione dei beni sacri dell'Arcidiocesi di Amalfi. Lipinsky diede subito un anticipo del suo lavoro nell'ambito del Convegno "Amalfi nel Medioevo", tenutosi nel 1973, con una relazione che ha dato poi il titolo all'intera ricerca "Il Tesoro Sacro della Costiera Amalfitana" appunto. Da allora l'intervento risolutivo del "Centro di Cultura e Storia Amalfitana" ha reso possibile il felice esito del lavoro. Il Centro infatti, si è assunto in prima persona l'iniziativa editoriale, facendola convergere in un più ampio disegno con la creazione della Collana "Cultura e Territorio" a cura di R. P. Bergman e M. Bignardi.
Il Tesoro della Costiera Amalfitana è composto da una quantità considerevole di calici, patene, pissidi, ostensori, incensieri, reliquari, vasi, corone, coralli, candelabri, arredi sacri, lampade e paramenti liturgici vari. Buona parte di questa produzione rientra fra gli oggetti di culto tradizionali ma non mancano prove originali nate dalla fantasia del nostro Territorio. La storia di questa produzione sia essa "locale" o legata alle vicine Napoli e Salerno ci pone subito il problema delle influenze culturali che, in questo caso, data la ricchezza di suggestioni, oscilla da oriente a occidente. Il prodotto artistico, sia esso un dipinto o un calice, è sempre il risultato di più forze che, in maniera diversa, concorrono alla sua realizzazione. La Storia dell'Arte come quella delle Arti Minori è sempre prima storia "politica" e "sociale" che degli "stili". Storia anche del gusto della committenza, oltreché storia degli artisti e artigiani.
E' ben noto a tutti il ruolo svolto da Amalfi nel Medio Evo come centro di smercio, economico e culturale insieme, dal mondo bizantino e islamico verso l'Italia e l'Europa. L'influenza che Amalfi raccoglie dall'arte islamica, più ancora che dall'arte bizantina (come puntualizza Lipinsky nell'Introduzione) è trasmessa anche al vicino Principato Longobardo di Salerno. L'arte dell'oreficeria e rami affini era molto fiorente già ai tempi della Repubblica. Amalfi possedeva allora una sua zecca, che coniava monete d'oro con leggende sulle due facce (da un lato in latino e dall'altro in caratteri qufi-carmalici) in concorrenza con il Regno dei Normanni di Sicilia. In questo contesto, momento più alto della fioritura artistica delle botteghe amalfitane, si collocano la "Stauroteca di S. Urbano II Papa", ora custodita nell'Abbazia di Cava dei Tirreni, e la "Ferula abbaziale di S. Roberto", ora nel "Musée d'art et histoire" a Dijon (in Francia). Due oggetti che documentano la fase di maggiore adesione all'arte islamica. La loro produzione è tanto più importante perché non isolata. Essa si accompagna infatti alla conservazione nell'Italia meridionale (tra Capua e Palermo) di oggetti di analoga ispirazione islamica/orientale, a conferma di una koinè culturale dai confini molto ampi. L'innesto magico che si era creato tra la cultura "locale" e le correnti islamiche/bizantine viene confermato anche dalle arti figurative che forniscono a loro volta, con gli affreschi di S. Maria de Olearia di Maiori e le due Icone di Positano ed Amalfi (quest'ultima oggi a Capodimonte), i testi che continuarono ad esercitare la loro attrazione anche dopo che le chiese della Costiera furono spogliate dei loro tesori sacri. Infatti, questo momento così fiorente dell'artigianato locale  fu interrotto dalle due guerre con Pisa, 1135 e 1137, e prima ancora da quella combattuta contro Ruggero il Normanno nel 1131. Due secoli dopo, un attacco definitivo all'economia amalfitana venne da una catastrofe naturale (terremoto e maremoto del 1343) in seguito alla quale cessò l'attività monetaria e buon parte delle botteghe orafe, in concomitanza con la crisi dei commerci, chiuse i battenti. Da questo momento il mercato si spostava nelle piazze delle vicine città di Salerno e Napoli.
Tra gli oggetti medievali, di particolare interesse sono due calici del tempo di re Roberto il Savio (1309-1343), provenienti uno dal Duomo di Amalfi, l'altro da quello di Scala. Il calice di Amalfi è databile alla metà del XIV secolo, ed è il più antico, calice della Costiera giunto fino a noi. In argento dorato (per i calici d'oro era normativo e per economizzare si potevano usare altri metalli lasciando però sempre l'interno in oro), smalti champlevè, perle e gemme, si deve quasi sicuramente ad un orafo di formazione francese, per tecnica e per stile. Il regno di Roberto il Savio si segnala per una forte egemonia dell'arte francese e toscana (in verità senese). L'influenza dell'arte senese presso la corte angioina di Napoli coincise, ancora una volta, con un periodo particolare della storia economica, e precisamente con la presenza di finanzieri sensi. Il raffinatissimo calice di Scala in argento, dorature varie e smalti, che proviene da Napoli, documenta appunto questo passaggio. Infatti, la presenza sul calice dei fiori a sei petali (che nello smalto traslucido apparivano di colore giallo oro, come puntualizza Lipinsky) rinvia ad un'invenzione decorativa dei maestri orafi senesi, in particolare ad uno dei grandi maestri, Ugolino da Vieri. Il calice è purtroppo deteriorato per la perdita dello smalto dal piede e dalla patena che lo accompagna.
Due pezzi di rara ricchezza sono ancora le due mitre vescovili conservate rispettivamente nel Duomo di Scala e in quello di Amalfi. Quella di Scala (sec. XIII e XIV) presenta una commistione di elementi di grande interesse. Composta da lastrine d'oro smaltate, filigranate, gemme incastonate e perline, assomma elementi di cultura siciliana (normanna, fine sec. XII) rielaborati nel XIV. Rifatta nel secolo XVIII reca i segni di questo "restauro" nel mancato rispetto dell'ordine (la lastrina con il busto di Cristo è finita sulla parte posteriore) mentre addirittura alcuni pezzi sono finiti sulle infule della mitra di Amalfi.
Il pezzo però davvero eccezionale del Tesoro della Costiera è sicuramente la mitra angioina di Amalfi, definita da Lipinsky la "più preziosa mitra del medioevo europeo". Eseguita alla corte di Napoli, al tempo di Carlo II per il secondogenito Lodovico (quello che abdicò in favore del fratello minore Roberto), non gli fu, in realtà prima del 1297, è composta da oro, argento, gemme, paste vitree, perle, smalti (champlevè e cloisonnè). Presenta tecniche raffinatissime, quali la montature di perle grosse o la sfaccettatura al centro nelle gemme (elemento tipico della gioielleria francese). Per la ricchezza decorativa (contiene una cosa come 19.330 perline) è una vera rarità, documento eccezionale di una società, e di un'epoca dai gusti raffinatissimi.
Fino all'avvento degli Aragonesi (e poi del Viceregno spagnolo) la committenza in Costiera è costituita prevalentemente da piccoli armatori, spesso insieme alle loro ciurme. Sono loro infatti i devoti donatori che lo studio di Lipinsky ha individuato, dedicatori, per riconoscimento, di ex-voto costituiti prevalentemente da riproduzioni di imbarcazioni o di attrezzi per la pesca. Non mancano però oggetti di "devozioni" più consistenti quali croci, reliquari, incensieri, acquistati per lo più a Napoli o a Salerno.
La diversa distribuzione degli oggetti di culto consente anche qualche riflessione di natura sociologica. Molto più ricchi appaiono infatti i corredi sacri dei centri costieri rispetto a quelli dei paesi dell'interno (fatta eccezione per Ravello e Scala, dotati di esemplari davvero eccezionali). Ciò significa che l'economia legata alla pesca era più florida di quella agricola.
L'elenco degli oggetti di interesse, parte del Tesoro della Costiera, potrebbe continuare. Non mancano infatti pezzi unici nei secoli successivi, come, tanto per citarne ancora qualcuno, la stauroteca di arte aragonese-catalana (1449-1460), ancora nel Duomo di Amalfi o l'Incensiere della fine del XVI sec. nella Chiesa Parrocchiale di S. Marina Vergine di Pogerola che presenta, nel motivo dell'ornato "ad occhio di pavone" una chiara ripresa orientale. Per tutti i secoli XVII e XVIII, poi, la grande fioritura barocca e tardo barocca produce, specie a Napoli, una quantità di oggetti per il culto dalle più svariate forme. Per questo però, si rinvia al Catalogo di Lipinsky, dalla consultazione agevole (in ordine alfabetico topografico).
Il momento più originale della produzione di corte a Napoli nel XVIII secolo è raggiunto però dalle due statue della "Madonna Pastorella" di Praiano ed Atrani. Riconducibili alla moda francese della cerchia di Maria Antonietta, le due statue (anzi i due gruppi perché vi figurano Madonna Bambino e pecorelle) presentano una innovazione iconografica davvero in sintonia con i tempi. In legno policromato quella di Praiano, in creta policromata invece quella di Amalfi, rappresentano la Madonna con Bambino sotto le mentite spoglie di "pastorella".

 
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