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Paesaggi dell'anima tra cattedrali di roccia: metamorfosi dell'immagine della Costa d'Amalfi fra incanto e maniera. Catalogo della Mostra, Amalfi 2004, pp. 192, ill.
 

Paesaggi dell'anima tra cattedrali di roccia: metamorfosi dell'immagine della Costa d'Amalfi fra incanto e maniera. Catalogo della Mostra, Amalfi 2004, pp. 192, ill.

Il segno sottile ed ininterrotto, ora rettilineo ora curvilineo, della matita, il passaggio cromatico del pennello, a volte continuo e sinuoso a volte a chiazze calde e fredde, il bianco e nero delle lastre fotografiche, suggestiva invenzione del secolo XIX per l'affermazione di una cultura decisamente realistica, costituiscono gli elementi fondamentali delle produzioni geniali della mente umana, pregna di vitale spiritualità e di forte sensismo artistico, magistralmente raccolte in questa esposizione e sagacemente accoppiate a liriche immortali o a brani senza tempo di letterati d'ogni parte del globo che amarono Amalfi e la sua Costa.
Il fascino che incantò Omero al cospetto delle Sirenuse e per lui l'ardimentoso pioniere della scoperta e dell'investigazione, il laerziade Ulisse, che fece confermare a Stradone la divinità della Costa, che attrasse in graduale progressione miriadi di visitatori da ogni direzione, si rilegge seguendo il percorso espositivo di questa mostra, che riporta il nostro immaginario individuale e collettivo a cogliere aspetti, suggestioni, rimembranze, addirittura profumi e fragranze di tempi e di spazi che furono e che ancora possono essere se l'inettitudine dell'autoctono o, peggio, la totale profonda plutonica distrazione muteranno in breve verso antiche e mai del tutto sopite passioni ed orgogli patrii per la conservazione, la valorizzazione e la fruizione saggia di un inestimabile patrimonio di natura, di arte, di storia.
Il glaciale lucore insinuato tra rocce di carbone si scioglie e si dissolve al caldo lume della coloristica diffrazione di cieli, di mari, di rocce verdeggianti, come un atto creativo di un dio celato nello scorrere di fiumi copiosi, ora torrenti, che scavarono con vigore poseidoniano le calcaree rocce sorte d'un colpo dalle acque con prorompente ed inarrestabile azione, fino a spingersi, nelle zone più interne, verso interminabili distese d'azzurro.
Le immagini della mostra si soffermano sull'intervento umano che, sin dal tempo dei Romani, modellò, come afferma Stazio nella Silva a Pollio Felice, la natura a suo vantaggio, senza stravolgere l'aspetto, ma, al contrario, inserendosi rispettoso e timoroso delle reazioni punitive del dio del luogo. Nemmeno la violenta e selvaggia esplosione dello "sterminator vedevo" fermò i progetti ambiziosi dell'uomo, che volle abitare la Costa ed i suoi monti con più stabilità rispetto all'epoca del "turismo imperiale"; le orde germaniche che invasero la pianura campana accrebbero la necessità del raggiungimento dell'agognata e sicura meta dei Lattari, al fine di preparare con un rinato ingegno la fondazione di centri marinari che, specchiandosi nelle acque ora azzurre ora smeraldo del Tirreno, aprirono, "bucanieri della Storia", la strada per la navigazione e per i commerci. Anche quell'età aurea era, purtroppo, destinata al declino, che può esser letto nel tramonto occasico del Sole e nel complementare contrasto di azzurri e di aranci.
Catastrofi naturali hanno lasciato il segno del loro disastroso passaggio: rocce franate nell'acqua salsa a testimonianza placida ed inerte di dinamici e spaventosi passati cedimenti celeri e travolgenti; tempeste minacciose con onde gigantesche capaci di penetrare nelle case, di farle tremare coi loro occupanti, di mutare l'assetto litoraneo ("lope 'e mare"); alluvioni irrefrenabili che hanno trasportato nella melma fangosa persone e cose.
Al altre calamità rivolge lo sguardo l'attento e critico obiettivo dei curatori di questa mostra: questa volta calamità di natura umana, contrassegnate da incendi vili e devastanti, che cancellano intere forme di rara vegetazione o macchia mediterranea e che aumentano il rischio onnipresente di franamenti, da immense pattumiere sulla terraferma e nei fondi marini, da segni già stabiliti e da sordide minacce di totali cementificazioni di vaste aree interne o costiere. Contro questa calamità si rivolge l'accorato appello di noi tutti, desiderosi della salvaguardia dell'ambiente, dei monumenti e delle vestigia della civiltà amalfitana. Di essa la mostra coglie testimonianze vivide mediante il contributo elevato di artisti dell'immagine e della sua trasmissione.
Agglomerati verticali candidi sulla grigia roccia sembrano sorgere dalle acque smeralde ed intanto bagnare i loro piedi "nell'afa". Tronchi ed arbusti di ogni stagione sono un sipario di primo piano che si apre al soffio di un venticello, che pure si sente, per svelare lontani paesaggi umani ben inseriti nella natura preesistente. Ampie distese di verde sono qua e là interrotte da grigie costruzioni pastorali ed agresti. Petrose formazioni a picco sul mare, retaggio di classicismo omerico, con vele solcanti l'onda placida costituiscono la memoria degli intrepidi viaggi compiuti dai mercanti-marinai di Amalfi nell'epoca del suo massimo splendore, il Medioevo del mito e della tradizione, di Mauro, di Pantaleone, di Flavio Gioia. Nelle barche a vela dell'Ottocento pittorico e vedutistico rispecchia l'età d'oro dei vascelli della Repubblica, pronti a salpare per mete ben note, alla ricerca della fortuna e della conoscenza di nuove tecniche artistiche o protoindustriali da riportare e riadattare in patria.
Le tipiche case a volta estradossate, a botte, a crociera, a schifo, si associano in perfetta simbiosi con le terrazze coltivate a limoni, i cui pomi d'oro ricordano, in una rinascimentale visione, il mitico giardino delle Esperidi, al quale fa da contraltare il nibelungico giardino di Klingsor, accompagnato dal sottofondo dell'eterea melodia wagneriana.
Forme cilindriche  e serpeggianti sorgono contorcendosi nei centri abitati e presso i corsi fluviali per ricordarci la prima operosità protoindustriale amalfitana, l'attività molitoria redditizia e ben diffusa. La valle dell'incanto e dell'idillio arcadico, unito al frenetico attivismo di generazioni, è certamente quella dei Mulini di Amalfi, con le sue molteplici raffigurazioni, dipinta e fotografata in ogni suo angolo, in ogni sua sezione, nella natura di cascata, di rocce e di "cime ineguali", di nebbie plumbee o di foschie iridiche d'acqua e nell'intervento umano di cartiere e ferriere, di case rurali e di chiesette rupestri o di monasteri abbandonati tra l'edera ed il muschio.
Cupole maiolicate, segnate dai verdi vietresi e dai bianchi ed azzurri arabeggianti, sono la misura del tempo che scorre, ma che trasmette forme intatte ai posteri, per immortalare una cultura mediterranea a carattere universale e cosmopolita. Ravello, "la città moresca", con le tarsie, le cupolette radiali, gli archi intrecciati, si distende in un abbraccio fraterno verso la sottostante Amalfi, il suo Chiostro, la sua volta a crociera archiacuta, gli archi trilobati.
E qui rinascono i pittori della Storia di Amalfi con itinerari, traffici e colonie d'oltremare, con personaggi in costumi ed atteggiamenti d'epoca, sorpresi ad ascoltare con attenzione il discorso di un sovrano o a combattere per la Fede in abito di nero con croce ottagona, con navigli in rada che ostentano superba possanza marinara, con la riproduzione fedele di edifici  e di paesaggi urbani, particolarmente utile per la ricostruzione topografica ed urbanistica di singoli rioni o di interi centri abitati.
La storia continua attraverso i versi poetici di liriche scritte in ogni lingua, ondeggiando tra la riscoperta neoclassica dei templi e della rosa di Paestum e l'inquietitudine romantica di rovinanti edifici medievali, un tempo simbolo di potenza e di opulenza.
Tra le vie ed i vicoli della città antica risuonano i canti e le preghiere elevatisi da file ordinate di incappucciati nel commovente Venerdì Santo o nelle processioni dei Santi Patroni, una devozione di fede che travalica i secoli e che, forse, si proietta nel futuro, ricca di miracolosi ricordi che trovano nei misteriosi "segni" della manna o del sangue la propria essenza vivificatrice.
E poi a tratti ben delineati si riscopre la storia del turismo, dal suo nascere col Grand Tour al suo successivo sviluppo dello "svernamento" connesso alla costruzione di una "casa si Nora", simbolo della revanche femminile, che proprio ad Amalfi poteva trovare illustri e popolane rappresentazioni nella "domina" che dirigeva la famiglia e che ne costituiva senza dubbio le fortune, alla nascita dei conventi-albergo, così famosi che una cartolina indirizzata "Albergo Cappuccini - Italia" giunse senza problemi a  destinazione, alla connotazione balneare tra le due guerre e dopo il secondo conflitto mondiale ("il mare di lapislazzuli"), alla mondanità di Positano, che da paese morto divenne paese di vip.
Suggestiva è pure quella sezione della mostra destinata ai films girati lungo la Costa d'Amalfi nel corso di tutto il secolo XX, che furono tanti da assicurare il giusto attributo di "cinecittà della Costa" a vari luoghi del territorio. Nei più disparati angoli si cimentarono cineasti di fama mondiale, nonché interpreti che hanno lasciato un segno ancor vivo ed indelebile del loro passaggio.
Visioni di un'Amalfi che fu, di un'Amalfi in trasformazione, di un'Amalfi intangibile nei percorsi dell'esposizione, riportando talvolta ai nostalgici anni Trenta, quando la valorizzazione del passato e del patrimonio storico-artistico diede la svolta decisiva per la creazione di una tendenza che potrebbe oggi svilupparsi ancor meglio, una vocazione di turismo culturale a cui la Costa intera è di certo votata.

 
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